ZAINOCRAZIA

Contrordine, i tempi sono cambiati. Il vecchio detto britannico «a rolling stone gathers no moss» (che da noi suonava più o meno come una pietra che rotola non fa muschio) è da capovolgersi, e da tener valido solo nei risvolti positivi. E cioè: chi è sempre in movimento, si mette in gioco e si svincola dalla sedentarietà, non soltanto si libera dagli impicci e da tutto ciò che limita la creatività individuale e professionale, ma genera valore e ricchezza per sé e per gli altri. Non è poco, perché in un’epoca in cui la precarietà è quasi sempre vissuta come timore lo scarto sta proprio nel trasformare il cambiamento in scelta e opportunità. Per dirla con un’immagine, sta nell’alzarsi dalla scrivania e infilarsi in spalla lo zaino. E infatti proprio questa contrapposizione (non esclusivamente simbolica) è all’origine di una delle chiavi di lettura più recenti e ricche di spunti della realtà contemporanea, che prende le mosse dal mondo del lavoro ma si fa poi stile di vita. Zainocrazia significa “potere dello zaino”, ed è concetto specularmente opposto a burocrazia, che letteralmente è il potere della scrivania e dell’ufficio (dal francese bureau), ma estendendo il concetto è anche il potere delle regole e della standardizzazione. In un approccio che oggi è stato già drasticamente superato dai fatti. È prendendo atto di questo che Leonardo Previ ha coniato il nuovo termine e ha tratteggiato una nuova modalità di rapportarsi al lavoro. Previ è stato negli anni ’90 fondatore di Trivioquadrivio – una società di consulenza strategica per le organizzazioni di impresa – ed è docente di Gestione delle Risorse Umane all’Università Cattolica di Milano. E proprio da queste sue lezioni e da un ragionare su creatività e valorizzazione del capitale intellettuale è nato il termine in questione, che è diventato poi un libro uscito questa primavera (Zainocrazia. Teoria e pratica di un futuro preferibile, edizioni Lswr), e si sta rapidamente allargando a movimento di opinione.

L’approccio di Zainocrazia dice che è tempo di riscoprire il nomadismo, che peraltro ha caratterizzato l’uomo per migliaia di anni. E dice anche che a maggior ragione oggi, mentre tutto cambia in modo costante e con particolare rapidità, stare fermi in un luogo di lavoro significa fondamentalmente limitarsi, penalizzarsi, non cogliere le opportunità offerte dalla rivoluzione digitale. Dalla progressiva automazione dei processi produttivi e da una presenza fisica che non è più necessaria, per lo meno nelle modalità in cui la si concepiva una volta. Spiega Previ: «I processi burocratici e standardizzati sono e saranno sempre più affidati alle macchine: è inevitabile che avvenga e non è qualcosa di cui dobbiamo aver paura, esattamente come non bisogna temere il cambiamento di per sé. Quello che deve fare l’uomo è valorizzare ciò che le macchine non hanno: il capitale umano, appunto. Svincolarlo dalla burocratizzazione, dagli standard predefiniti e dalla fissità. Tutte cose che una volta erano imposte da un dato di fatto banale: per lavorare dovevi necessariamente andare sul luogo di lavoro, essere lì presente. Gli uffici erano quindi concepiti e strutturati funzione di una presenza fisica che – soprattutto nel terziario, cioè nei servizi, cioè nella base dell’economia contemporanea – non è più obbligatoria». Detto ancora in altre parole, grazie ad accessori sempre più miniaturizzati, grazie alla wearable technology e alla possibilità di una connessione costante dove-come-quando vuoi, tutti gli strumenti di lavoro necessari oggi possono stare comodamente nello zaino. Naturalmente si tratta di uno zaino ragionato (nel libro viene affrontato anche concretamente questo aspetto, il cosa metterci dentro) che consente di recarsi in ufficio non perché si deve ma perché/quando si vuole. Ossia per il confronto umano, per incontrarsi, per aggiungere quel valore che, rimarca Previ, sono il cambiamento e la spinta in avanti a chiederci di portare. Backpack fast forward.

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