KARL LAGERFELD: UN’EREDITÀ IN BIANCO E NERO

Un momento di silenzio prima che la voce di Karl Lagerfeld risuoni tra le pareti e il soffitto di vetro del Grand Palais. È il 5 di marzo, per le vie di Parigi si respira già una frizzante aria di primavera, ma nella sala che sta per accogliere l’autunno inverno 2019-20 di Chanel sembra di stare in una grande boule de neige. A due passi dalla Senna si innalzano delle montagne innevate e una soffice coltre copre gli eleganti chalet che fanno da cornice alla passerella, anch’essa sotto un manto candido. E che freddo fa quest’anno, l’ultimo sotto la sua regia, il primo che non lo vede a braccetto con la modella prediletta a chiudere il défilé. Nell’audio lo stilista parla dei suoi esordi a Chanel: “Tutti mi dicevano: ‘non farlo, non funzionerà.’” Ma fortunatamente quel 5 di marzo tutti già sanno che l’aneddoto sarebbe terminato dopo 36 anni di fedele servizio per la maison. Anni in cui Karl ha saputo raccogliere il testimone direttamente dalle mani di M.lle Coco e dare alle collezioni Chanel una cifra stilistica identitaria. Un’identità che passa direttamente attraverso la sua: gli occhiali scuri in volto, i guanti in pelle e quell’impeccabile completo nero con la camicia bianchissima come i suoi capelli, disciplinati in un codino. Nero come il colore più scuro, il solo di cui Coco si vestiva e bianco come una camelia, il fiore simbolo della maison.

Nella sfilata testamentaria di Kaiser Karl il binomio di colori per eccellenza è apparso fin dall’apertura. Cara Delevigne scende dagli scalini dello chalet con il volto celato dalla tesa larga di un fedora, in fantasia con il gilet e i pantaloni palazzo. E se la scollatura nelle algide giornate invernali è da brivido, a portare un po’ di tepore ci pensa il cappotto, over e avvolgente. Quello tra bianco e nero è un gioco di contrapposizioni in campo sui grandi quadrati e i pied-de-poule che ricoprono blazer, maxi gonne e pantaloni, passando per le borse, iconiche, e i revers delle giacche. Un mix and match di fantasie che si fanno man mano più piccole, in un sali e scendi di zig zag e nelle trame dell’eterno tweed. Le guance delle modelle sono rosee dal gelo, o dal blush di un bravo make up artist. Sono i fiocchi di neve nei fili di perle che avvolgono i loro colli e che ghiacciano negli orecchini e fermacapelli ad abbassare la temperatura. Ma i maglioni jacquard, impreziositi da bottoni gioiello e cristalli, proteggono le mannequins dai colpi di freddo.

Il bianco e il nero si intrecciano nelle lane, per poi districarsi di nuovo nei netti contrasti tra sopra e sotto. E nell’assolutezza di un solo colore, l’accento è sulle simmetrie di giacche geometriche e mantelli che toccano terra, ma anche nei tessuti come vinile e chiffon. Il binomio brilla come mai prima nel total look sequin di Vittoria Ceretti, l’ultima musa dell’Haute Couture Chanel. Al termine del défilé, Virginie Viard, fidata collaboratrice e ora direttore creativo, si mostra in velocità al pubblico che la applaude. Non sfila perché tutto è ancora di Karl, per Karl e la sua idea di donna che ci lascia in eredità. Heroes di David Bowie risuona mentre le modelle compiono per mano l’ultima passerella. Nella vulnerabilità di un addio, il mondo della moda sorride alla memoria di uno dei suoi più grandi interpreti.

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